Il giorno 13 maggio 1982,
presso la pretura di Omegna, alle ore 9 del mattino era iniziato il
processo a carico della conceria C. di Cesara, imputata di inquinamento
del torrente Qualba.
Giudice un giovanissimo pretore: Dario Culot.
Colto con una profonda conoscenza scientifica, attento ad ogni innovazione
che consente la smascherazione di un reato, quel mattino ascoltava con
interesse le relazioni di precedenti periti d’ufficio. Secondo le loro
tesi, nella conceria C. tutto era regolare. Scarso inquinamento, scarichi
regolari di reflui non inquinanti, situazione normale per un’azienda che
concia pelli. Nessuna prova portava a collegare la schiuma maleodorante
che periodicamente scendeva dal fiume e ricamava grosse chiazze sul
sottostante lago d’Orta.
Scorcio del lago d'Orta
Un quadro così tranquillizzante non convinse il pretore il quale volle
vederci chiaro. Voleva di persona effettuare un sopraluogo, al fine di
accertare se quanto udiva corrispondeva al vero. Quella mattina con un
jeep completamente attrezzata per ricognizioni scientifiche, foto, TV, mi
trovavo presso i carabinieri di Omegna per lo svolgimento di altri
compiti. Il magistrato n'era a conoscenza. Ritenne quindi opportuno
interrompere il dibattimento, per effettuare un sopraluogo, avvalendosi
della mia esperienza professionale.
Conoscendo il problema, decisi di avvalermi per il sopraluogo di metodiche
che valutai indispensabili per tali tipi indagini: la ripresa Tv a colori
del complesso e riprese fotografiche all’infrarosso delle parti della
fabbrica confinanti col fiume inquinato. A differenza di altre metodiche,
quali la termografia aerea, la ripresa all’infrarosso consente di ottenere
una valutazione delle variazioni termiche, della patologia botanica e
della lettura di paratie e saracinesche nascoste fra la vegetazione.
Conoscendo a fondo la fotografia all’infrarosso, poiché la uso da un
trentina d’anni per altri tipi di rilevamento, era certo della riuscita
della sperimentazione. Ovviamente con questa metodica, che è ben diversa
dalla rilevazione aerea, si ottengono indicazioni precise e a basso costo.
Infrarosso, deriva dalla parola latina “infra”, che significa al di sotto,
nel nostro caso, del rosso.
L’infrarosso è il settore dello spettro solare che confina immediatamente
con la parte più esterna del rosso visibile i cui raggi comprendono la
gamma d’onda che va da circa 730 Millimicron fino a circa 400000
Millimicron.
Già nel 1804 Leslie scoprì che i raggi infrarossi erano assorbiti dal
vetro e nel 1835 Ampère stabilì che radiazioni luminose e le infrarosse
seguono lo stesso raggio. Solo nel 1905° Hochst, Konig e Philips
scoprirono che trattando le lastre fotografiche con dicianina e dicianina
A, era possibile sensibilizzarle per le riprese dell’infrarosso.
Col passare degli anni i ricercatori non solo scoprirono vastissime
applicazioni della fotografia all’infrarosso, ma si resero conto che oltre
a passare l’ebanite, il cuoio, il legno, la bachelite e la vulcanite
permetteva di rilevare effetti importanti come l’effetto di Wood o effetto
clorofilla. Nel 1910 Wood, eseguendo delle fotografie usando delle lastre
sensibilizzate con “pinacianolo” e un filtro rosso intenso di 720
nanometri, si rese conto che la vegetazione appariva come neve. L’effetto
da prima interessò più come ricerca estetica che scientifica. Più tardi
gli scienziati arrivarono a delle sbalorditive constatazioni. Gunther
Wagner, ritenuto uno fra i massimi esperti della fotografia
all’infrarosso, in un suo libro scrive:
“Oggi si afferma che la clorofilla è permeabile all’infrarosso con il che
cadrebbe la teoria della maggiore riflessione dell’infrarosso. Su ciò si è
discusso per anni e io voglio qui tentare un’interpretazione che a me
sembra esauriente: si segua il tragitto della luce visibile attraverso il
tessuto della foglia e si vedrà che la maggior parte di queste radiazioni
viene assorbita fino a 680nm, che corrisponde all’assorbimento della
clorofilla. La parte restante, che raggiunge il parenchima spugnoso, viene
da questo riflessa completamente ed è assorbita durante il secondo
passaggio attraverso lo strato a palizzata. Solo le radiazioni verdi
escono dalle foglie. Questi processi spiegano anche l’aspetto scuro delle
foglie con luce visibile. Per le radiazioni infrarosse le cose stanno in
tutt’altro modo. Esse non sono assorbite dalla clorofilla e raggiungono
senza ostacoli il parenchima spugnoso: qui esse vengono riflesse del tutto
ed abbandonano la foglia quasi senza indebolimento. Stando così le cose,
le foglie riflettono due zone spettrali fondamentali, di cui una si trova
nel visibile e corrisponde alla luce verde che tutti conosciamo, mentre
l’altra si trova nella regione delle’estremo rosso e dell’infrarosso ed è
responsabile dell’effetto Wood. Chi non desidera una riproduzione chiara
del verde delle foglie può lavorare o in controluce o con una forte luce
laterale: in questo modo l’effetto Wood non è così rilevante.”
Basandosi su questi principi, la fotografia all’infrarosso è stata
introdotta con successo nelle ricerche di patologia botanica. Nelle
ricerche di patologia botanica sono stati studiati gli influssi dannosi di
parassiti, funghi e insetticidi. Poiché le parti avvizzite ed anche quelle
ammalate assorbono molto l’infrarosso, nell’immagine infrarossa appaiono
più scure sul fondo chiaro.
Secondo il prof.dr. O .Helwich (Die physikalischen und chemischen
Grundlagen der Photographie- Ferd, Dummlers Verlag, Bonn 1961) con la
fotografia infrarossa sono già stati raggiunti grossi risultati nel campo
dell'individuazione delle piante. Con questa tecnica nell’esame di foglie
di patate si è potuto riconoscere con facilità non soltanto le necrosi già
sviluppate ma anche quelle appena all’inizio e questo perfino in foglie
che alla luce visibile sembravano del tutte sane. F.C. Dawden (Infrared
Photography and Plant Virus Diseas, Nature 132, 168 (1933)) spiega il fatto
in questi termini: “Il contenuto cellulare delle parti seccatisi consta di
prodotti di decomposizione che assorbono le radiazioni infrarosse.
Per questo esse non possono giungere alla struttura della cellula e
l’effetto clorofilla non compare.” Con la fotografia all’infrarosso si
possono effettuare rilievi di fototermometria, ossia misurare il calore
emesso da masse viventi e oggetti con mezzi fotografici. E’ noto il grande
esperimento tendente a misurare la corrosione della pietra di silice delle
volte dei forni Siemes-Martin e la termografia usata in medicina, che in
altri termini non è che una fotografia all’infrarosso in diretta.La
fotografia infrarossa viene regolarmente usata in paleontologia, per
riprese di animali fossili trasformati in carbon fossile, per le
rilevazioni di inclusioni in pietre e in ambra, per documentare formazioni
cromatiche, non visibili ad occhio nudo, inglobate in massi, rocce, letti
di fiumi e di laghi.
In antropologia ed etnologia la fotografia all’infrarosso permette di
individuare ed accentuare particolarità non captabili con fotografie
normali.
Al museo di scienze naturali di Vienna, per esempio, è stato possibile
fotografare su un teschio di un negro, una striscia tatuata, dalla radice
dei capelli, alla radice del naso, invisibile ad ogni ricognizione.
Nel campo della bibliografia la fotografia all’infrarosso viene usata
tutti i giorni. Un classico è diventata la fotografia effettuata su un
pezzo di pelle completamente nera che giaceva al British Museum. Helwich
non solo riuscì con la fotografia infrarossa ad identificarla come un
testo egizio del 1200 a.C., ma a documentare il testo scritto.