Con il passare dei secoli l’uomo si accorse che le pareti delle caverne
non erano più sufficienti per raccogliere le espressioni del suo pensiero,
del suo sentire, pertanto esplorando il mondo che lo circondava iniziò ad
imprimere la sua grafia su sostanze diverse. I metalli, quali l’oro, il
bronzo e il piombo furono tra i primi ad essere usati per tale scopo. Gli
antichi assiri scrivevano su tavole di argilla seccate al sole o cotte al
fuoco, le loro storie e le loro tradizioni. Questi cocci chiamati ostraka,
erano frammenti di vasi che i greci utilizzavano, anch’essi per scrivere
nella parte convessa : ricevute, brevi comunicazioni e talvolta anche
testi letterari.
Ad Atene ed in altre città greche, il nome delle persone che venivano
bandite in quanto ritenute pericolose per lo stato, venivano scritti su
questi cocci e inviati agli esecutori dell’ordine. L’uomo, ben presto si
accorse che scrivere su tale materia, pesante e poco maneggevole, era
alquanto difficoltoso, perciò rivolse la propria attenzione verso sostanze
più maneggevoli quali: il papiro, la pergamena e per ultima la carta. E’
ovvio che tale passo fu difficoltoso e lento, infatti l’uomo non arrivò
dalla sostanza dura alla pieghevole tutto ad un passo, ma usò come
intermediarie le tavolette di cera. Questa nuova conquista tecnica si può
considerare come l’antesignana dei nostri moderni libri.
Infatti tali tavolette di legno, spalmate di cera, sulle quali si scriveva
scolpendole con la punta dello stilus o graphium, potevano venir raccolte
tra loro con cardi o legature d'altro genere, adatte a servire da cerniera
e formavano un caudex. Questi primitivi volumi venivano usati per
registrare il ritmo della vita dell’epoca : annotazioni d’affari, conti,
lettere, appunti, esercizi scolastici e altro. L’usanza di queste tabulae
o tabellae, com'erano chiamate in latino, sopravvissero fino a tarda età.
Le riscontriamo infatti nei ricordi di S.Agostino e S. Ilario d'Arles.
Esse furono d'uso comune nel medioevo in tutta l’Europa e alcune di loro,
con registrazioni di conti dei regi tesorieri dei secoli XIII e XIV sono
state ritrovate in Francia. Altri simili documenti dei secoli XIV e XV,
vennero alla luce in alcuni archivi della Germania.
In Italia il loro uso è documentato da esempi che risalgono fino al secolo
XIII, XIV e sembra che siano caduti in disuso nel secolo XVI. Resti di
tali usanze sono giunti fino ai tempi moderni, infatti Fumagalli, nel suo
trattato di paleografia, narra che nel 1800, tali tabelle venivano ancora
usate al mercato di Roven, per registrare le vendite del pesce. I romani
sostituirono spesso le tavolette cerate con l’avorio, come nel caso dei
grandi dittici consolari. I ricchi lavori di rilevo e d'intaglio che
abbellivano tali documenti, hanno permesso in moltissimi casi la loro
conservazione e si trovano spesso fra i tesori delle chiese medioevali,
recanti scritti i nomi dei vescovi, abati e benefattori. A volte la
scomparsa delle tavolette cerate, ha portato alla completa dispersione di
cicli di storia e tradizioni d'intere civiltà.
Come altri popoli anche gli antichi abitatori dell’isola di Pasqua usavano
scrivere sulle tavolette di cera, ma il privilegio era riservato solo alla
famiglia reale e a pochi altri dignitari compreso i sacerdoti. Per rendere
pubblico il loro contenuto, gli “eletti” usavano radunare il popolo una
volta l’anno e leggevano quanto avevano scritto. Purtroppo nel 1863 dei
mercanti di schiavi peruviani giunsero nell’isola di Pasqua e rapirono i
capi; più tardi arrivarono anche i missionari cattolici i quali
s'impossessarono e bruciarono parte delle tavolette imputandole un’origine
pagana. Il risultato che ne seguì fu che nessuno poté più dare un senso
logico alle restanti, e la cultura di quel popolo giunse miseramente alla
fine.