Il fascicolo III dell’archivio storico della Badia di S. Gemolo, a pagina
15, in calce ad un lungo studio critico, filologico e paleografico,
condotto da D.M. Frecchiami, alla notazione 31 testualmente dice : “Le
firme intere e frammentarie, della pergamena di Moncalieri (vedi
appendice) sono ventitré.
Quelle che con certezza concordono con le rispettive copie di Milano sono
18.
Un problema particolare che riguarda i sottoscrittori che ripetono il loro
nome a conferma sono due nella pergamena di Moncalieri : Nazarius
Presbiter, che è presente con due firme (…), e Landulfus Notarius.
Nelle copie sono tre : Daibertus e Landulfus Notario, presente con tre
firme.
Ratti aveva pure espresso qualche dubbio sull'autenticità delle firme
Nazarius Presbiter.
Un accurato esame grafologico svolto dal perito grafopsicologo Prof.
Giuseppe Ambrosini di Varese il 19/10/67, ha fugato ogni dubbio; le firme
sono di identica mano.
Lo ringraziamo in modo particolare per l’ottimo lavoro, corredato anche da
eccellenti fotografie”.
Come già in altre occasioni, Don Mario Frecchiami, un appassionato
ricercatore e storico che ha consacrato la sua vita allo studio delle
glorie dell’antichissima Badia di S. Gemolo in Valganna, entra
precipitosamente nel mio studio.
“Ciao come stai?” – mi dice con la sua voce pacata, ma con punte concitate
nel contempo – “Senti, ho bisogno di un favore. Puoi darmi un tuo giudizio
su queste firme” – e mi mostra due nitidissime fotografie. Sobbalzai.
Avevo davanti agli occhi un documento quasi millenario, vergato con una
scrittura pacificamente “diplomatica curiale”, regolare, tinteggiante,
accurata : una versione della carolina minuscola che tante volte ebbi modo
di ammirare.
A giudicare da certi strappi, macchie, rosicchiature di topi che su questa
pergamena vi avevano segnato il tempo, il documento doveva essere giunto
fino a noi attraverso vicissitudini e travagli. Rimasi incantato.
Quelle parole, nel loro freddo latino mi facevano andare col pensiero fra
i tempi che tante volte ho sondato attraverso le lunghe ricerche
d’archivio, o direttamente ho “provocato” con i miei spietati strumenti
scientifici del XX secolo.
“ D’accordo Mario” – risposi – “Penso di darti le mie conclusioni entro
una quindicina di giorni” - lasciai ogni mia altra occupazione per
dedicarmi allo studio di questo documento.
Quando ci penso ricordo ancora le sensazioni che provai.
E’ una cosa stranissima, che a volte m'inquieta e che ovviamente mi capita
anche in altre circostanze.
Avere quindi la quasi percezione dell’odore dell’oggetto dei miei studi.
Lavorando su quest'importante documento, anche se solo con fotografie, mi
sembrava di sentire l’odore dolciastro e aspro nel contempo della
pergamena.
Passai lunghe ore in laboratorio, dove con l’ausilio di appositi filtri ed
emulsioni fotografai tutte le particolarità della pergamena, in varie
scale e con ingrandimenti particolareggiati che raggiungevano diametri di
qualche centinaio di volte.
Poi, con procedimenti delicatissimi e che ho messo a punto nei miei
laboratori, più volte usando dei positivi per microfilms, ho effettuato
preparati su vetrino che successivamente ho rifotografato al microscopio a
vari ingrandimenti.
Quando finalmente, in sala di proiezione, con l’ausilio dell’episcopio
effettuai analisi gigantografiche, ogni singola particolarità grafica,
assunse un suo ben preciso significato, che mi permise, senza ombra di
dubbio di giungere alla seguente conclusione :
“Ego Nazarius Presbiter de arcidiate laudaui et ssi “e” “Ego Nazarius
Presbiter de arcidiate Ecclesie Sancti Victoris Laudaui et ssi”, sono di
pugno di una identica persona.”
Le mie analisi e conclusioni, sottoposte al rigoroso controllo dello
storico curiale, trovarono una netta conferma.
La storia ci afferma che il 2 novembre dell’anno del Signore 1095, il
notaio Aldo, nella sede arcivescovile ambrosiana, redige l’atto di
concessione del privilegio, contemplato nella bolla, sopra due pergamene.
Aldo rende pubblico il documento, forse alla presenza dello stesso
arcivescovo e di alcuni testimoni, indi egli provvede alle varie
sottoscrizioni.
Dopo l’autorità principale, ossia l’arcivescovo, in calce del documento
firmano alcuni tra i componenti del Capitolo metropolitano di ordinari o
cardinali di vario ordine, alcuni giudici e messi imperiali di Enrico IV
ed alcuni ordinari della pieve di Arcisate.
Indi il notaio appone due sigilli di autenticazione e destina una
pergamena alla chiesa di S. Gemolo e l’altra all’Archivio Arcivescovile.
Durante l’episcopato successivo di Anselmo IV (1097-1101), le due
pergamene vengono sottoposte a nuova convalidazione per mezzo di altre
firme, a cominciare dall’Arcivescovo, alcuni precedenti firmatari ripetono
la sottoscrizione indi la pergamena ritorna nelle loro sedi di
archiviazione.
Dopo qualche tempo il notaio Aldo, stende una copia dell’originale
dell’Archivio metropolitano, seguito successivamente dal notaio Petracio
Sinistrario che fa una copia della copia di Aldo.
Le due pergamene originali subiscono, attraverso i secoli, sorti diverse
cambiando sedi di archiviazione.
Quella di Ganna, gelosamente conservata dai monaci, diventa il documento
predominante e di base per tutte le rivendicazioni sorte in seguito
all'aggregazione del monastero con l’abbazia di S. Benigno di Fruttuaria
nel Canadese (To), avvenuta, ormai lo sappiamo, verso la metà del secolo
XII.
Il monastero di S. Gemolo difende soprattutto il diritto di eleggere
liberamente il priore e di accettare clerici e laici a “Seculo fugientes”.
Nella prima metà del secolo XIII, i monaci raccolgono traduzioni e notizie
che sono giunte a noi attraverso il noto codice metropolitano che va sotto
il nome di Gofredo da Bussero, opera di diversi autori e scritto verso la
fine del secolo e i primi decenni del successivo.
Il testo che ci riguarda contiene un estratto dell’antico martirologio di
S. Gemolo (prima metà del sec. XII), il racconto dei prodigi sulla tomba
del santo, della costruzione della chiesa ed alcuni fatti prodigiosi
successivi che giungono fino agli inizi del secolo XIII con Guido di
Castiglione, priore vissuto ai tempi dell’arcivescovo Filippo I di
Lampugnano (1196-1206).
In detto testo si fa un accenno, breve ma chiaro, del privilegio con le
parole : “Accepta licentia archiepiscopi, cui dant annuatim duos crereos
in nativitate Domini.”
La pergamena si perde nei secoli, finchè nel 1900, F. Cabotto la scopre
per caso nell’archivio della colleggiata di Santa Maria di Moncalieri e la
segnala ad Achille Ratti Dottore della Biblioteca Ambrosiana, durante un
incontro avvenuto tra i due negli archivi vaticani.
Ratti successivamente si reca a Moncalieri, constata l’autenticità del
documento e lentamente prepara uno studio che viene pubblicato nel 1901.
Il lavoro del Ratti, ottimo sotto il profilo diplomatico, risulta
incompleto sotto il
Profilo storico e dinamico dei fatti che portarono la pergamena fuori
delle loro sedi originarie.
Si giunge quindi al 1957, quando D.M. Frecchiami, in compagnia di F.
Galli, si reca a Moncalieri per fotografare la pergamena.
D.M. Frecchiami inizia un lungo studio critico e storico e giuridico della
pergamena, la quale dopo 872 anni dal suo vergamento, giunge sulla mia
scrivania dove scientificamente possiamo fugare ogni dubbio.
La pergamena è autentica in ogni sua parte.
Nota:
Le parti storiche sono stralciate o riportate dal lavoro di D.M.
Frecchiami : “Il privilegio d'Arnolfo III alla chiesa di S. Gemolo
nell’anno 1095”, pubblicato sulla rivista Archivio Storico della Badia di
S. Gemolo – Ganna- Varese.